Belgio, re Alberto II costretto a fare il test del dna in una causa per la paternità


BRUXELLES – Un re costretto a sottoporsi al test del dna? Sì, accade in Belgio, ad Alberto II, ottantaquattro anni e al quale i giudici di Bruxelles hanno ordinato di effettuare l’esame genetico per una causa di non riconosciuta paternità. Come qualsiasi altro cittadino belga, il re ha tre mesi di tempo per farlo, ma può sempre decidere di ricorrere in Cassazione il che gli darebbe altri due anni prima di sottoporsi al test.

All’origine di quello che potrebbe sembrare un’offesa di lesa maestà, e che non s’è mai visto in nessuna monarchia del pianeta, c’è una donna. Anzi due. La prima è Delphine Boël, che sostiene di essere la figlia illegittima del re e che lui non ha mai riconosciuto. La seconda è invece l’aristocratica Sybille de Selys Longchamps, madre di Delphine, con cui Alberto II avrebbe avuto una lunga relazione, come dimostrano anche le tante foto pubblicate dai rotocalchi negli anni Sessanta e Settanta, che ritraggono la coppia in Sardegna, a Cortina e altri luoghi di vacanze per i potenti del mondo. Ci sono anche scatti di Alberto II con una piccola Delphine tra le braccia.

Tutto comincia nel 2013, quando Delphine misconosce Jacques Boël come suo padre naturale e chiede al re di riconoscerla come sua figlia. Dopo un iter durato quattro anni e che fa appello anche alla Corte costituzionale nel tentativo di salvare dagli scandali la Corona belga, il tribunale di Bruxelles sostiene che la richiesta di Delphine di non riconoscere Jacques Boël «non sia fondata». Per la corte, nonostante un test del dna dimostri che non vi sia nessun legame di genitorialità biologica tra i due, Jacques rimane il “padre legale” di Delphine. L’avvocato della donna fa appello. E il 25 ottobre scorso, contro ogni aspettativa, la corte d’appello “ordina” al re di fare il test. Ieri, la decisione viene finalmente svelata al pubblico.

Marc Uyttendaele, avvocato di Delphine, ha detto di «sentirsi sollevato dal verdetto perché sostiene il principio secondo il quale bisogna sempre privilegiare l’interesse del bambino» (anche se oggi Delphine naviga verso i sessant’anni). L’avvocato ha poi aggiunto che, rallegrandosi che la vicenda è stata trattata dalla magistratura come una qualsiasi altra causa legale, la decisione della corte d’appello è una tappa importante «nella difficile lotta per ricerca dell’identità» della sua cliente, e che «presto dimostreremo che Alberto II è davvero suo padre».

Quanto al re è ormai mezzo nudo, nel senso che se dovesse rifiutare il test genetico, ciò aggraverebbe la sua “presunzione di paternità”. La corte gli ha concesso novanta giorni riconoscendo, vista l’età del sovrano, “l’urgenza” dell’esame. Non solo: il tribunale ha anche contemplato l’eventualità, nel caso che il re dovesse morire nel corso della procedura, di «un prelievo post-mortem». O su uno dei suoi discendenti più diretti.

Intanto, in Belgio sono in molti a sostenere che Alberto II avrebbe già dovuto riconoscere Delphine come sua figlia naturale. Ciò sarebbe stato sicuramente più semplice e meno umiliante per entrambi. Del resto, dicono gli storici, quasi tutti i re del Belgio hanno procreato al di fuori dell’alcova matrimoniale. I “bastardi” reali venivano semplicemente allontanati dal palazzo di Bruxelles.


Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:.
Se vi interessa continuare ad ascoltare un’altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione.

Mario Calabresi
Sostieni il giornalismo
Abbonati a Repubblica


LINK UFFICIALE: http://www.repubblica.it/rss/esteri/rss2.0.xml