Buco dell’ozono, sotto accusa i gas killer provenienti dalla Cina


IL KILLER del buco dell’ozono è ancora in circolazione. L’identikit lo descrive come trasparente, dall’odore leggermente dolciastro. Messo al bando dai trattati internazionali già da nove anni, il gas distruttore resta tra noi: l’atmosfera continua a riceverne illegalmente 13.400 tonnellate all’anno. Nome in codice: Cfc-11 o triclorofluorometano per chi non ha paura delle parole difficili. I primi segnali della sua anomala presenza erano stati notati già dal 2012. Ma nessuno riusciva a capire quale fosse la sua origine. In quello che è diventato un giallo planetario, gli investigatori oggi hanno scoperto dove nascono le emissioni clandestine di Cfc-11, che rischiano di mantenere aperto più a lungo del previsto lo strappo dello strato di ozono: la coperta che ci protegge dai raggi più dannosi del Sole.

“Le variazioni più ampie si registrano nelle provincie di Shandong, Hebei e in misura minore vicino Shanghai” scrivono su Nature i ricercatori guidati Matthew Rigby dell’università di Bristol. La Cina, punta il dito l’accusa, continua a produrre i gas messi al bando dal protocollo di Montreal. Firmato nel 1987, era considerato l’accordo internazionale per la protezione dell’ambiente più efficace della storia. Dagli anni ’90 aveva causato un declino marcato dei gas della famiglia dei clorofluorocarburi (in sigla Cfc): i nemici dell’ozono. Il buco, sia pur lentamente e con qualche scossone, aveva iniziato a restringersi, passando da un picco di 27 milioni di chilometri quadri nel 2006 ai 23 attuali. “Ma dal 2012 – scrivono i ricercatori, la concentrazione atmosferica di Cfc-11 ha iniziato a scendere più lentamente. Segno che le emissioni globali erano tornate ad aumentare”.

Il giallo delle emissioni

Difficilmente, con gli strumenti che esistono oggi, si possono emettere 13mila tonnellate di un gas bandito e restare nascosti. I ricercatori, già sospettosi, hanno deciso di appostarsi attorno alla Cina orientale. A Gosan, su un’isola della Corea del Sud piazzata proprio di fronte al Mar cinese orientale, esiste una stazione di monitoraggio dell’aria della World Meteorological Organization. Una centrale di controllo simile si trova sull’isola giapponese di Hateruma, praticamente attaccata a Taiwan. Mentre gli strumenti nel resto del mondo non registravano alcuna emissione di triclofluorometano, quelle a due passi dalla Cina mostravano una serie continua di picchi. La conclusione: dalle regioni di Shandong ed Hebei proviene il 40-64% delle nuove emissioni.

Le sostanze sospette

Altri “investigatori” del Massachusetts Institute of Technology, a febbraio di quest’anno avevano misurato (i dati sono su Nature Geoscience) l’aumento nella parte orientale della Cina di un altro gas pericoloso per l’ozono: il cloroformio, usato nella refrigerazione. L’aggravante per Pechino è che questi composti chimici, nell’Asia orientale, hanno la possibilità di prendere l’“ascensore” dei monsoni per salire rapidamente nell’atmosfera. E compiere lì la loro azione da killer. Queste violazioni del protocollo di Montreal, si è calcolato, ritarderanno di una decina di anni la chiusura del buco, prevista originariamente intorno al 2070.

In ogni indagine che si rispetti, però, alle analisi scientifiche va affiancato il lavoro sul campo. E qui si può tornare al rapporto pubblicato nell’estate del 2018 dall’Environmental Investigation Agency, una ong ambientalista inglese che monitora il rispetto dei protocolli di Montreal dal 1995. Nel documentario Blowing it i suoi agenti sotto mentite spoglie avevano scoperto in dieci regioni della Cina orientale 18 fabbriche che usavano Cfc-11 in barba alle norme. Il triclorofluorometano rende molto più economica la produzione di pannelli di schiuma espansa: isolanti per le case che, una volta terminata la costruzione, restano tranquillamente nascosti dietro ai muri.


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