Condono, il padre di Di Maio e la casa di famiglia abusiva: “All’epoca si usava così”


Questo era il metodo, così facevano tutti. È la singolare spiegazione con cui, quattro giorni dopo, Antonio Di Maio, il padre del vicepremier e capo del Movimento Cinque Stelle, giustifica la realizzazione della casa a tre piani di Pomigliano d’Arco – in cui risiede il leader politico – in buona parte abusiva ma totalmente condonata nel 2006, vicenda interamente ricostruita da Repubblica.

“L’abuso edilizio c’è stato, io non le dico che non ci sia stato, perché all’epoca questo era il metodo di costruire in questa zona”, sottolinea adirato dunque il geometra ed imprenditore edile, che ha pagato 2mila euro appena per 150 metri quadri di appartamento fuorilegge. Di Maio senior, intervistato da una troupe di “Stasera Italia” su Retequattro, attribuisce a suo padre l’intero cantiere e lo data, come il figlio Luigi, al 1966 : ma dagli atti la situazione risulta più complessa.

Non solo. Il papà oggi 68enne del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, tra l’altro era anche il tecnico (regolarmente retribuito ) che sedeva in commissione al Comune, al tavolo degli esaminatori delle migliaia di pratiche di condono di Pomigliano. Un incarico ottenuto in quota Msi, dall’allora sindaco del Pd, Michele Caiazzo : è proprio negli anni in cui era in attesa del buon esito della sua stessa istanza di sanatoria, presentata nel 1986, (il vicepremier Luigi ha più volte detto che risaliva all’85, evidentemente un lapsus). Dettaglio non irrilevante: tanto che poi la concessione gli arriverà proprio da una architetto che con lui lavorava in commissione condono.
 
Per i Di Maio, padre e figlio, comunque la “il caso non esiste”, anche se continuano a spiegare e a giustificare. “Dove sta la notizia? Io ho condonato una casa fatta nel 1966 da mio padre, dove mio figlio risiede ma che all’epoca non stava neppure nei conti di essere concepito», sottolinea Di Maio padre. Ed ancora: “Qual è la stranezza? La legge consentiva di regolarizzare alcune case che fossero state fatte abusivamente o che non avessero certificazioni. Si potevano condonare. Visto che la spesa non era immane, ho pensato di sanare il tutto».
 
E se il capo del Movimento riusciva – quattro giorni fa – a parlare degli abusi condonati in casa propria, senza mai nominare la parola “condono” né per sé, né per l’isola di Ischia dove lo hanno previsto per legge, suo padre non è da meno come coerenza.
Alla domanda se lui sia favorevole al condono, risponde: «No, non sono favorevole al condono”. Però lo ha fatto. “Ma tenga presente che in quell’epoca, fino a pochi anni fa, per avere una concessione in questo comune, si aspettavano almeno due, tre anni. Per cui è stato invogliato (suo padre, ndr) anche dalla politica a fare abusivamente».
È insomma colpa degli altri, ancora una volta. Anzi, “questo era il metodo”. Se lo dice lui.
 

 


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Mario Calabresi
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