Donne in politica, la parità ancora un miraggio soprattutto in Comuni e Regioni


Sono solo 11, tra ministri e sottosegretari, le donne del governo Conte, la percentuale più bassa degli ultimi anni. La politica italiana è ben lontana dall’essere un luogo in cui uomini e donne hanno lo stesso peso e malgrado le legge approvate per riequilibrare la rappresentanza, la strada per le donne resta in salita. Soprattutto a livello di Comuni e Regioni.

Solo il 14%  dei sindaci italiani sono donne e sono solamente due su 21 i presidenti di Regione. La fotografia  dello stato dell’arte la fornisce una ricerca di Openpolis che ha studiato la situazione attuale cercando di capire che effetti abbiano avuto le leggi vigenti  in materia di cariche elettive. Nei Comuni la legge 215 del 2012 ha introdotto una serie di misure con il chiaro scopo di favorire l’equilibrio di genere. Sono stati coinvolti tutti i comuni con una popolazione superiore ai 5000 abitanti. In particolare è stato stabilito che nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore dei due terzi di candidati e che la doppia preferenza per non essere annullata deve essere data a due candidati di sesso diverso. Eppure solo nel 2013 la percentuale di donne candidate nei consigli comunali ha superato il 30%. In alcune Regioni (Toscana, Emilia Romagna) la percentuale di donne candidate alle elezioni comunali ha superato il 30% già nel 2009 (oggi sono il 40%) ma questa percentuale è stata raggiunta solo nel 2016  in Abruzzo, Calabria e Molise. Fino al 2012, otto su 10 consiglieri comunali erano uomini. Fino al 2012 le donne rappresentavano circa il 20% dei consiglieri comunali eletti.

Con l’approvazione delle legge il balzo in avanti è stato notevole. Nel 2016, ultimo anno preso in considerazione, le donne elette erano il 30,40% con un balzo in avanti del 40% rispetto al 2009, anche nei comuni sotto i 5000 abitanti non coinvolti direttamente nella normativa. Nonostante i passi in avanti siano stati tanti nei consigli comunali di 11 regioni su 20 gli uomini continuano a rappresentare oltre il 70% degli eletti.  Il motivo delle disparità si spiega analizzando l’indice di successo di uomini e donne. La percentuale di donne candidate ed elette resta ancora nettamente inferiore a quella degli uomini.

Il gap maggiore della rappresentanza è ancora nelle Regioni, ogni regione ha infatti meccanismi diversi per la parità di genere e questo si traduce in una presenza in percentuale molto bassa per le donne. Tra il 2000 e il 2003 le donne elette erano l’8,60%. Oltre il 90% dei consiglieri regionali erano uomini. Dal 2004 i numeri hanno iniziato a crescere anche se fino al 2011 le donne erano solo il 10%. Oggi solo il 17,60 dei consiglieri regionali sono donne.

Diversa la situazione a livello europeo. Con la legge 65 del 2014 è stata inserita la tripla preferenza di genere, ovvero la possibilità di esprimere fino a 3 preferenze purché queste siano di sesso alternato. Questo meccanismo, utilizzato già nelle europee  del 2014, è però transitorio e per le prossime eutropee del 2019 sarà integrato con altri correttivi. Il primo riguarda l’obbligo di liste 50 e 50 per la piena equità di sessi. I dati  elle elezioni per il parlamento europeo dal 2004 ad oggi permettono di vedere in maniera molto chiara gli effetti delle diverse leggi. La quota di candidate è infatti superiore al 30% ormai da 14 anni e già nel 2004 nella circoscrizione Italia Nord Orientale la quota di donne candidate era del 38%.

Nel 2014 la percentuale di donne elette al Parlamento europeo è stata del 38,40%.Con l’approvazione del Rosatellum bis sono state inserite norme di genere sia per i collegi plurinominali che per quelli uninominali. Purtroppo le regole sulle quote di genere sono state fortemente depotenziate dalla possibilità di pluricandidature. Perché la legge consente fino a cinque pluricandidature nei listini: assegnare alla stessa donna vari posti in posizione eleggibile, significa la certezza di farne entrare una sola, favorendo gli uomini che la seguono nell’ordine.


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Mario Calabresi
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