Hong Kong: il governo si divide e pensa a un rinvio della discussione sulla legge per l’estradizione



HONG KONG – Dopo un milione di persone scese per strada a protestare, dopo gli scontri di mercoledì tra la polizia e gli studenti, con una nuova marcia già programmata per domenica, il governo di Hong Kong mostra per la prima volta qualche segno di ripensamento rispetto alla legge sull’estradizione verso la Cina.

Finora la Chief executive Carrie Lam è stata come suo costume inflessibile, rilanciando e anzi perfino accelerando l’iter della norma a ogni manifestazione di dissenso. Negli ultimi tre giorni però, quello dei disordini e i due successivi, le sedute del consiglio legislativo che avrebbero dovuto discuterla sono state cancellate. E oggi diversi membri di spicco del campo governativo filo-Pechino hanno suggerito una pausa.

Tra di loro il più influente è Bernard Chan, membro del cabinetto di Lam: ”Credo che sia impossibile discutere (la proposta di legge, ndr) in un clima di confronto del genere – ha detto in una intervista radiofonica – come minimo dobbiamo evitare di accentuare l’antagonismo”. Sembra un riferimento alle durissime condanne indirizzate da Lam e dalla polizia agli studenti che mercoledì hanno occupato con le barricate le strade di Admiralty, definiti dei ”rivoltosi”.

Il South China Morning Post scrive che nel governo è in corso un acceso dibattito su come uscire da questo stallo e far scendere la tensione. In nessun caso, bisogna chiarirlo, si ipotizza di ritirare la legge, una marcia indietro che per Carrie Lam e i suoi avrebbe del clamoroso, oltre a costituire una enorme vittoria per i manifestanti. Una serie di esponenti del campo pro-Pechino chiedono piuttosto di metterla in pausa e ridiscuterla più a fondo, al limite modificandone alcune parti per renderla più digeribile per la città, mentre altri tengono la linea dura e spingono per viaggiare spediti verso l’approvazione.

Dopo la marcia di domenica, il leader del consiglio legislativo aveva cerchiato sul calendario giovedì prossimo, il 20, come data limite per il via libera definitivo. Un termine imperativo che di certo non ha aiutato a rasserenare gli animi. Il campo democratico ha convocato una nuova marcia per domenica, con lo stesso percorso di quella che lo scorso weekend ha colorato di bianco le strade della citta, e uno sciopero per lunedì.

Se approvata, la legge della discordia permetterebbe l’estradizione dei sospetti verso Paesi con cui al momento Hong Kong non ha accordi in materia. Tra questi c’e anche la Cina continentale, il cui sistema giudiziaario è piegato alle logiche del Partito comunista. Per le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato nei giorni scorsi, ma anche per buona parte della comunità d’affari internazionale e per diversi governi occidentali che sono intervenuti, la norma rapresenterebbe un attacco all’indipendenza di Hong Kong e al suo Stato di diritto.

Carrie Lam invece l’ha definita necessaria per colmare un vuoto normativo, esplicitamente appoggiata dal governo cinese. Entrambi sembrano aver sottovalutato la reazione che questa norma poteva generare tra i cittadini: nei giorni scorsi si sono viste le più grandi manifestazioni nella storia recente della città, e scontri di una violenza senza precedenti. Un clima di tensione e di esasperazione, che se la legge dovesse essere spinta avanti potrebbero crescere ancora. 


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