Huawei: arrestata in Canada Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e figlia del fondatore



La direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, è stata arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Usa. Gli Usa hanno chiesto l’estradizione. La notizia è resa nota dal ministero della Giustizia canadese. La richiesta di arresto statunitense – si apprende dai media – riguarderebbe violazioni alle sanzioni americane contro l’Iran e arriva proprio nel giorno in cui la compagnia cinese viene bandita da British telecom per “rischio spionaggio”.

In una riorganizzazione dei vertici aziendali di otto mesi fa, il fondatore Ren Zhengfei, 73 anni (uscito dalle fila dell’esercito cinese) ha lasciato la vice presidenza conservando il ruolo di Ceo, mentre la figlia Meng Wanzhou ha aggiunto alla vice presidenza il ruolo di Cfo.

Secondo il New Yor Times, l’arresto di Meng Wanzhou, figlia del fondatore dell’azienda, rischia di far precipitare le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sulle questioni delle telecomunicazioni. “Wanzhou Meng è stata arrestata a Vancouver il 1 dicembre”, ha detto Ian McLeod, portavoce del Dipartimento di Giustizia del Canada. “È ricercata per l’estradizione dagli Stati Uniti e l’udienza per la cauzione è stata fissata per venerdì.” Ha detto che un divieto di pubblicazione dei dati giudiziari richiesto dalla signora Meng gli ha impedito di fornire ulteriori dettagli.

Huawei, uno dei maggiori produttori cinesi di apparecchiature e telefoni per le telecomunicazioni, ha a lungo affrontato il controllo come una minaccia alla sicurezza negli Stati Uniti. Washington ha espresso preoccupazione per l’utilizzo delle apparecchiature di telecomunicazione di Huawei, citando il rischio di spionaggio a causa degli stretti legami dell’azienda con il governo cinese. Huawei è sotto inchiesta per aver violato i controlli commerciali americani in paesi come Cuba, Iran, Sudan e Siria.

L’allarme del Copasir per il colosso cinese

Anche in Italia c’è più di una preoccupazione per il rischio di una possibile “invasione” cinese attraverso impianti per le reti di telecomunicazioni costruite nel paese asiatico, come appunto quelle prodotte dalla multinazionale Huawei. Non a caso il tema è al vaglio del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Nei giorni scorsi, e dopo aver già sentito il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, il Copasir ha posto la questione al vicepremier Luigi Di Maio nel corso della sua audizione.

“Come intende tutelare l’Italia dal rischio di spionaggio da parte dei cinesi?” è stato chiesto a Di Maio, che rispondeva in veste di ministro dello Sviluppo economico. “Stiamo valutando con attenzione la situazione – ha risposto Di Maio – le nostre agenzie di intelligence, Aisi e Aise, devono provvedere a fare le certificazioni di sicurezza che rappresentano i nostri strumenti di garanzia”.

Mentre gli Usa e l’Australia chiudono le loro frontiere e le loro reti di Tlc a Huawei e il Giappone e l’India stanno seriamente pensando di escludere fornitori cinesi dalle gare per le infrastrutture 5G, in Europa da tempo è in corso un dibattito che affronta il problema della sicurezza che nasce dall’affidare le nuove reti di telefonia avanzata al colosso cinese, sospettato da americani e australiani di spionaggio sui dati. In Germania alti funzionari del ministero degli Esteri e dell’Interno hanno già chiesto di escludere Huawei dall’asta per il 5G.

Nel Regno Unito un rapporto governativo pubblicato a luglio ha rivelato che la banda larga della società cinese e le attrezzature per le infrastrutture mobili forniscono solo “garanzie limitate” di non rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Oggi in Italia gli apparati di Huawei sono dentro le reti di tutti gli operatori, a tutti i livelli: accesso radio, accesso fisso, layer ottico di trasporto.

Praticamente tutto il traffico Internet italiano prima o dopo passa per un router Huawei. Difficile che sia altrimenti, visto che il produttore cinese ha in mano quasi un quarto del mercato mondiale delle infrastrutture per le Tlc. Da noi, poi, la questione potrebbe essere ulteriormente complicata dal fatto che non esistono più operatori di telecomunicazioni di proprietà esclusivamente nazionale. Fastweb è svizzera ma usa router Huawei. Wind Tre è cinese quasi al 100%.

Iliad è francese. Vodafone è inglese. Il principale socio di Tim è la francese Vivendi, mentre il primo azionista di Tiscali è una holding russa. Chi è preoccupato della presenza di Huawei parla di un’egemonia conquistata con gare al ribasso, offerte stracciate, finanziamenti da Bank of China e da altri istituti cinesi per conquistare tutti gli operatori che sono in affanno a causa di margini di profitto sempre più ridotti causati dalle guerre dei prezzi. Ma questo dato non è facilmente verificabile.

“Non abbiamo vinto appalti 5G in Italia” – replica Huawei che si dice anche “sorpresa della presa di posizione del governo statunitense”. “Ma spiega un portavoce partecipiamo a un progetto pilota indetto dal precedente governo nel 2017 che prevede di sperimentare il 5G in tre aree del Paese: a Milano, a Bari e a Matera”.

 

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Mario Calabresi
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