Il grande esodo dal Venezuela, 3 milioni in fuga dal regime di Maduro


Sono saliti a 3 milioni i venezuelani in fuga dal loro Paese. Un esodo imponente, obbligato, viste le durissime condizioni di vita e la stretta repressiva del regime di Maduro contro ogni forma di dissenso. Il paradiso dei Caraibi muore lentamente.

Si svuota delle sue più giovani generazioni, del suo stesso futuro e si avvolge in una spirale di inflazione che punta al milione per cento. Economia fuori controllo, produzione petrolifera al 30 per cento, impianti abbandonati, maestranze che hanno lasciato il posto di lavoro perché non pagate o pagate con il contagocce. 

Il tasso di migrazione, dichiara William Spindler, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), si è accelerato negli ultimi sei mesi. Dal 2015 sono diventati 3 milioni: praticamente 1 cittadino su 12 ha lasciato il Paese. 

Il grande esodo dal Venezuela, 3 milioni in fuga dal regime di Maduro

Secondo gli ultimi dati ufficiali fino a settembre scorso erano scappati 2,6 milioni con conseguenze gravi, da vera emergenza, per i paesi confinanti. Colombia in testa, che ha chiesto più volte alle Nazioni Unite di farsi carico dell’ondata umana dandole un carattere di crisi umanitaria internazionale e non più locale.

Anche il Perù, altro paese di destinazione, è stato travolto dall’arrivo di mezzo milione di venezuelani, la maggior parte giovani alla ricerca di un’alternativa ad una vita che si è spenta in casa. 

La Colombia si accolla l’esodo più massiccio: ufficialmente sono stati registrati 1 milione di cittadini venezuelani. Ma ogni giorno ne arrivano 3.000 e il governo di Bogotà ritiene che entro il 2021 potrebbero diventare 4 milioni. Un costo valutato in 9 miliardi di dollari.

Il grande esodo dal Venezuela, 3 milioni in fuga dal regime di Maduro

Tanta folla non riesce a trovare una sistemazione. Trecento rifugiati, giunti nella capitale senza nulla se non quello che riuscivano a trasportare, sono accampati da settimane all’esterno del terminal degli autobus. I colombiani sono solidali. Lo sono sempre stati con i venezuelani che a loro volta, nei momenti più difficili del paese andino, li hanno accolti quando decisero di emigrare. 

Ma è una situazione difficile, complicata. Bisogna sfamare, assistere, garantire servizi igienici e sanitari, dare lavoro, creare le condizioni per un inserimento. I venezuelani restano vicini al loro paese perché pensano, sperano, di poter un giorno rientrare in patria.

Non hanno alcuna voglia di restare all’estero. Sanno che il Venezuela è un paese meraviglioso, ricco di materie prime, appoggiato su una riserva di petrolio e gas che potrebbe dare ricchezza a tutti. Devono fare i conti con un regime dispotico, che cerca di minimizzare la devastante crisi che ha provocato, lanciando le solite accuse contro le sanzioni internazionali, l’aggressione degli Usa, il boicottaggio dei paesi del Continente latinoamericano. 

Il grande esodo dal Venezuela, 3 milioni in fuga dal regime di Maduro

“Quando non riesci a trovare cibo, quando tuta figlia potrebbe ammalarsi da un momento all’altro”, spiega al Guardian Josmelis Lozada, 21 anni, fuggita due mesi fa con suo marito e sua figlia di sei mesi, “allora capisci che non hai scelta: devi andartene. Ma qui in Colombia non abbiamo lavoro, non abbiamo nulla da fare e quindi, alla fine, cominci a pensare che devi tornare indietro”.

Un dramma nel dramma. La donna un tempo era impiegata in un ristorante di lusso a Valencia, la terza città per importanza del Venezuela. Adesso passa le giornate cercando qualche lavoretto all’esterno di un supermercato.

“I paesi dell’America Latina”, ricorda Eduardo Stein, rappresentante UNHCR e IOM (Organizzazione internazionale per le migrazioni), “hanno mantenuto in gran parte un atteggiamento encomiabile adottando una politica delle porte aperte. Tuttavia, la loro capacità di accoglienza è al limite. È necessaria una risposta più concreta e immediata da parte della comunità internazionale”. 

Oltre a Colombia e Perù, la fuga si è riversata in Ecuador (220.000), in Argentina (130.000), in Cile (100.000), Panama (94.000) e Brasile (85.000).


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