Il Parlamento inglese: Facebook ha dato accesso privilegiato ai suoi dati ad alcune società


LONDRA – L’Inghilterra non porta bene a Facebook. Il social network è stato accusato stamane dal Parlamento britannico di avere discusso la possibilità di dare accesso preferenziale ai dati dei propri utenti ad aziende che spendono almeno 250 mila dollari in pubblicità su piattaforme mobili.

La commissione digital media della camera dei Comuni ha pubblicato estratti di conversazioni private del 2012 fra dirigenti di Facebook, incluso il suo fondatore Mark Zuckerberg, da cui risultano ipotesi di “accordi preferenziali” con Netflix, Airbnb e altre compagnie riguardo al loro accesso ai “big data” del social network.

È un nuovo scandalo che colpisce Facebook a Londra dopo quello di Cambridge Analytica, la società inglese accusata di avere trafugato informazioni su centinaia di migliaia di utenti del social network per manipolare campagne elettorali in vari Paesi. In quel caso fu una “talpa” di Cambridge Analytica a rivelare i controversi rapporti con Facebook. Stavolta l’indiscrezione è giunta dopo la confisca di documenti di Six4Three, una società che sviluppa applicazioni per telefonino, che ha fatto causa a Facebook in California.

La settimana scorsa Ted Kramer, amministratore delegato di Six4Three (la cui più famosa app, Pikini, permette di individuare profili di donne in bikini), è stato raggiunto da un ispettore del Parlamento britannico nell’albergo in cui alloggiava nella capitale britannica e costretto a seguirlo ai Comuni, dove ha dovuto consegnare i materiali in suo possesso.

Le email di cui è venuto a conoscenza il Parlamento di Westminster rivelano altre pratiche commerciali discutibili da parte di Facebook nei confronti di social network concorrenti o per procurarsi prima degli altri una app popolare. La nuova vicenda occupa stasera l’apertura dei maggiori siti giornalistici inglesi, dal Guardian al Financial Times.

Un portavoce di Facebook ha respinto le accuse affermando che i documenti di Six4Three danno un quadro “fuorviante” e privo di contesto della situazione. “Come ogni azienda, abbiamo discussioni interne sui vari modi in cui possiamo costruire un modello sostenibile per la nostra piattaforma, ma restano in vigore i cambiamenti che abbiamo fatto nel 2015 relativi al divieto di condivisione di dati con aziende. E i fatti parlano chiaro, non abbiamo mai venduto i dati dei nostri utenti”.


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Mario Calabresi
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