Il Pd archivia la stagione del segretario-candidato premier


ROMA – Eletto alla guida del Pd con le primarie ma non in corsa per Palazzo Chigi quando verrà il momento. La regola che valeva per Walter Veltroni, Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, segretari eletti nei gazebo e automaticamente destinati, almeno sulla carta, a fare i premier, non riguarderà più il prossimo leader che sarà scelto nelle primarie di febbraio 2019 per cui sono in gara Nicola Zingaretti, Francesco Boccia, Matteo Richetti e, molto probabilmente, Marco Minniti e Maurizio Martina.

Era il principio su cui il Pd è stato fondato, ovvero che il segretario eletto con le primarie fosse anche il candidato premier, salvo ulteriori primarie del centrosinistra per la premiership, come quelle che volle lo stesso Bersani nel 2012 e che lo videro sfidare Renzi e Nichi Vendola e vincere. Poi andò come andò: Bersani non arrivò mai a Palazzo Chigi e si dimise da segretario dopo l’agguato dei 101 franchi tiratori a Romano Prodi sulla strada per il Quirinale.

Ma la commissione Statuto del partito, che si riunisce oggi alle 15, segnerà la svolta dividendo il ruolo di segretario da quello di candidato premier. Svolta che sarà poi votata nella prossima Assemblea dei mille delegati il 17 novembre, nella quale si darà il via al congresso.

L’accordo tra le varie correnti sarebbe già stato raggiunto: un’epoca è passata, il sistema elettorale maggioritario non c’è più e mantenere l’equivalenza segretario = candidato presidente del Consiglio non attrae più il Pd. Già durante la segreteria di Renzi, che è stato contemporaneamente premier, era cominciato un tam tam dentro il partito per chiedere il cambio dello Statuto, sostenendo che la sovrapposizione dei ruoli nuoceva al Pd. Gianni Cuperlo e Andrea Orlando, ad esempio, ne avevano fatto un punto dei loro programmi quando si presentarono alle primarie rispettivamente nel 2013 e nel 2017. Ora il doppio ruolo per Statuto è ritenuto un po’ da tutti anacronistico, dal momento che la legge elettorale proporzionale impone alleanze post urne.

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Arturo Parisi, che è uno dei padri fondatori del Pd e fu l’ideatore delle primarie, ammette che “tutto è enormemente cambiato” e che le primarie per il segretario svolsero “una funzione fondativa del partito” che doveva del resto essere costruito ex novo, non aveva neppure gli iscritti. D’accordo quindi con il nuovo corso? “Se si riduce a un cambiamento da approvare in modo affrettato in una assemblea lo considero il modo peggiore per chiudere e sancire la perdita di progettualità che ha portato il partito dalla sconfitta del 4 di dicembre di due anni fa a quella del 4 marzo scorso attraverso il ritorno al proporzionale corretto introdotto con il Rosatellum… Forse dal punto formale la procedura è difendibile, ma non si sceglie così l’assetto politico del Paese e, dentro questo, il ruolo che il partito deve svolgere. Questa è una scelta di natura costituente” afferma il professore ed ex ministro della Difesa.

Tra i cambiamenti dello Statuto che il presidente della commissione Gianni Dal Moro proporrà oggi ci sono anche la riduzione del numero dei delegati dell’Assemblea nazionale e della direzione. L’Assemblea dei Mille potrebbe essere più leggera con 500-700 componenti e la Direzione direzione da 120 a una sessantina di membri. Ma il criterio per cui il segretario è solo segretario cambia anche la sfida politica dei prossimi mesi.

 


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Mario Calabresi
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