Lo studio: “Le ragazze che giocano ai videogame preferiscono le materie scientifiche”


LE RAGAZZE che giocano ai videogame sfoggiano una predisposizione tre volte più accentuata delle non giocatrici a lanciarsi in studi scientifici. Lo racconta una ricerca firmata da Anesa Hosein, lecturer in istruzione superiore dell’università del Surrey, che verrà pubblicata nei prossimi mesi sulla rivista specializzata Computers in Human Behavior.
 
“Ho scoperto – spiega l’autrice su The Conversation – che le ragazze che erano assidue giocatrici si sono rivelate tre volte più predisposte delle non giocatrici a studiare ambiti come fisica, tecnologia, ingegneria o matematica e ottenere una laurea di primo livello in quelle discipline. Potrebbe essere un modo molto pratico di iniziare a occuparsi del problema del gap di genere e della carenza di personale qualificato in questi settori”.
 
Per la ricerca l’autrice ha esaminato una massiccia serie di dati dal Longitudinal Study of Young People in England focalizzando su un gruppo di teenager fra il 2004 e il 2016, quando la maggior parte ha compiuto 25 anni. Ha seguito in particolare le dinamiche e le scelte di 3.500 ragazze per determinare se il loro livello di interesse nei videogiochi quando avevano 13 o 14 anni avesse poi avuto un qualche tipo di relazione con la materia della loro seguente laurea. A quanto pare, le ragazze che giocavano ai videogame nove ore a settimana sono state 3,3 volte più propense a imboccare un percorso cosiddetto pstem (con richiamo all’acronimo relativo alle materie scientifiche: Science, Technology, Engineering and Mathematics). Il tutto senza particolari differenze rispetto alla provenienza socioeconomica, all’origine, alle performance e ad altri elementi. Nei ragazzi questo effetto moltiplicatore si è notato solo una volta e mezza, comunque un effetto significativo.
 
“Uno degli stereotipi rilanciati dai mezzi di comunicazione è che le materie scientifiche siano tipicamente roba da geek, appassionati maschi di tecnologia – spiega ancora l’autrice – brillanti e ossessionati con passatempi non atletici come appunto i videogame. Basti pensare alla popolare serie tv The Big Bang Theory. Al contrario, tutte le scienziate che appaiono nello show sono biologhe che non giocano ai videogame”. E in effetti diverse ricerche dimostrano che gli studenti maschi dominano quegli ambiti. Tanto che, dice Hosein cercando di spiegare la pervasività dei videogame, ma anche di ribaltare questi stereotipi a favore di un concreto miglioramento delle condizioni, questi agirebbero da elemento socializzatore rispetto a un ambito desiderato nel quale si spera di essere accolte. Il lato negativo è ovviamente che chi non abbia voglia di allinearsi a questi stereotipi rimanga esclusa dai territori scientifici anche se, nel corso delle superiori, i risultati in matematica, fisica e informatica erano uguali se non migliori a quelli degli altri.
 
“Per questo, almeno nel breve termine, la mia ricerca suggerisce che potremmo sfruttare questi stereotipi per stimolare un cambiamento positivo incoraggiando le ragazze più propense a seguire le loro passioni in ambito scientifico – conclude Hosein – per esempio, sappiamo che di solito quei percorsi vengono abbandonati intorno ai 16 anni. Prima di quella soglia potremmo identificare le giocatrici appassionate, fornire loro supporto e incoraggiamento a proseguire, e così aprire la strada a un bilanciamento nel settore di cui tutti beneficerebbero”.

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Mario Calabresi
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