Pd, deputati e senatori in fibrillazione: l’ipotesi scissione mette a rischio anche i gruppi parlamentari


ROMA – Il Rubicone è praticamente a un passo. E Matteo Renzi avrebbe ormai deciso di varcarlo. Basta con questo Pd, che non sente più casa sua. Basta con liturgie congressuali che, in realtà, non gli sono mai piaciute: neppure quando era lui a comandare. È tempo di uscire, come in tanti gli stanno chiedendo da mesi. Di fare qualcosa di nuovo, di completamente diverso: costruire un soggetto politico alla Macron, si sarebbe detto prima che l’inquilino dell’Eliseo venisse travolto dalla delusione dei francesi e dalla rivolta dei gilet gialli.
 
Un disegno che, come conseguenza, potrebbe avere lo smottamento dei gruppi parlamentari. Sicuramente alla Camera. Dove, secondo alcuni, sarebbero almeno una cinquantina i deputati già disposti a seguirlo. Più complicato il discorso al Senato, dove i renziani sono in netta maggioranza ma dove il nuovo regolamento vieta di creare nuovi gruppi.

Il piano, già pronto, ha incontrato a lungo resistenze fra i fedelissimi. Non tutti convinti che la scissione fosse la scelta migliore, persuasi che occorresse invece restare per provare a cambiarlo da dentro, il Pd. Pur senza osteggiare il progetto dei comitati civici inaugurati a metà ottobre alla Leopolda: l’ossatura del neonato movimento renziano – la tesi andata a lungo per la maggiore – come carta di riserva in caso di sconfitta alle primarie. Ma adesso che Marco Minniti, il recalcitrante candidato di area, ritira la sua candidatura, aspettare non sembra avere più senso. L’ora di contarsi è scoccata.

Il tempismo non è più una variabile indifferente per la riuscita del progetto. E prevede, salvo ulteriori ripensamenti, di dire addio al Pd all’incirca a fine gennaio, con almeno un mese d’anticipo rispetto alle primarie. Il lasso necessario per lanciare il nuovo movimento e preparare le liste per le elezioni Europee, dove Renzi pensa di testare sul campo la sua creatura. Forte di diversi sondaggi che, già ora, la vogliono tra l’8 e il 12%. Obiettivo: andare oltre gli steccati democratici, occupare il centro della scena politica e attrarre i delusi di tutti gli schieramenti. Destra, sinistra, persino quelli che si sentono traditi dal M5S. Per questo immagina candidature esclusivamente civiche: giovani, professionisti, esponenti del terzo settore. Nessun esponente politico verrà inserito fra gli aspiranti a uno scranno a Strasburgo. Eccetto lui, ovviamente.

La diga insomma sembra ormai rotta. Vince la linea di Maria Elena Boschi, il capo dei falchi, la più schierata sul fronte della scissione immediata. Perde Luca Lotti, portavoce delle colombe, colui che la partita dentro il Pd, al congresso, avrebbe voluto almeno giocarsela.

 


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Mario Calabresi
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