Per l’Unione europea la Russia è il primo produttore mondiale di fake news


BRUXELLES – È la Russia il primo produttore mondiale di fake news. Lo afferma la Commissione europea nel giorno in cui lancia il suo piano d’azione per contrastare la disinformazione in vista delle elezioni continentali 2019.

“Abbiamo visto tentativi di interferire in elezioni e referendum con prove che indicano la Russia come fonte primaria di queste campagne”, spiega il vicepresidente dell’esecutivo comunitario, Andrus Ansip. Secondo Bruxelles, Mosca spende l’astronomica cifra di 1,1 miliardi all’anno per fomentare le false notizie con l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica occidentale e destabilizzarne i governi. Solo alla fabbrica dei trolls di San Pietroburgo – la principale centrale della propaganda filo Putin – lavorano almeno 1000 persone a tempo pieno.

Dal 2015, anno in cui la Commissione ha creato Stratcom, la task force Ue che monitora i fake in rete e sui social, sono stati identificati più di 4.500 casi di disinformazione, con percentuali in continua crescita. I temi maggiormente oggetto di disinformazione sono terrorismo, migranti, Unione europea, occidente, Nato, guerra in Siria e in Ucraina, Isis e caso Skripal.

Negli ultimi mesi cresce l’attività intorno a Merkel e Trump. Insomma, sono questi i bersagli da colpire per impressionare maggiormente gli elettori e indebolire le leadership europee a favore di chi vorrebbe spazzare l’Unione per avere maggior potere negoziale, politico ed economico, sui singoli Stati del continente.

Per l'Unione europea la Russia è il primo produttore mondiale di fake news

 L’edificio di San Pietroburgo conosciuto come la “fabbrica dei troll”

Per cercare di “proteggere” le elezioni europee del 26 maggio, così come i voti regionali o nazionali previsti nei vari partner Ue fino al 2020, Bruxelles lancia un piano d’azione a dire il vero un po’ deludente, almeno per quanto riguarda i mezzi a disposizione. D’altra parte per l’Unione è difficile contrastare i fake anche perché dare ai governi la legittimità a decidere cosa sia vero e cosa sia falso potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, specialmente se si pensa alle derive illiberali che si registrano nel Continente. Esempio di scuola, l’Ungheria di Viktòr Orban.

 La Commissione ha deciso di aumentare il budget della task force contro la disinformazione, dotandola di 5 milioni di euro per il 2019 rispetto al milione e novecentomila euro dell’anno precedente. Viene poi creato un sistema di allerta rapida tra istituzioni Ue e Stati membri per la condivisione di informazioni e allarmi su campagne di disinformazione.

I social e le piattaforme online come Facebook, Google, Mozilla e Twitter saranno monitorati per verificare l’applicazione del codice di buone pratiche che hanno sottoscritto su base volontaria con Bruxelles che prevede trasparenza nelle pubblicità elettorali, eliminazione di account falsi, identificazione dei bots e collaborazione con fact checkers indipendenti e ricercatori.

Un primo rapporto è atteso a gennaio. Verranno infine promossi programmi di “educazione” rivolti ai media e ai cittadini, forse l’unica vera arma per insegnare all’opinione pubblica ad orientarsi in Rete e a smascherare subito i fake. 

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Mario Calabresi
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