Plastica, così cambiano le rotte del riciclo. E l’Occidente è con le spalle al muro



BANGKOK – E’ una bomba da 120 milioni di tonnellate che non esplode, ma tra ambientalisti e governi sta facendo paura quanto l’atomica. L’ha sganciata la Cina con la sua decisione annunciata a luglio del 2017, formalizzata a gennaio e in vigore da aprile di vietare ogni arrivo dei rifiuti di plastica dall’estero. Finora principale importatore e trasformatore di materiali scartati dall’occidente, il continente cinese lascia al mondo la decisione su come trovare un posto entro il 2030 – scrive Science Advances – a 111 milioni di tonnellate metriche di materiale potenzialmente inquinante anche se trattato, montagne di bottiglie, contenitori, oggetti usa e getta, vecchi computer, carcasse di tablet o cellulari e via elencando che dal divieto cinese in poi si vanno accumulando in tutto il sud e sud est asiatico dove non ci sono altrettanti approdi attrezzati come in Cina. E neppure eventualmente un numero sufficiente di fabbriche in grado di riprocessarlo e farne nuovi utilizzi.

All’inizio di giugno il porto vietnamita di Saigon nella baia di Cat Lai non ce l’ha fatta più e ha chiuso gli attracchi. Tra i cargo di materiali destinati a Ho Chi Minh city e da qui verso l’interno c’erano fermi da settimane “8000 teu” di plastica da riciclare, ovvero l’equivalente del contenuto di 8000 natanti da 20 tonnellate di carico, pressappoco un totale di 176 mila tonnellate. Situazioni analoghe anche se per ora meno eclatanti stanno accadendo in Malesia, nel grande arcipelago indonesiano, in Thailandia, a Taiwan e altri Paesi dell’area che già da soli producevano il 60% dei rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente del pianeta. Sulle loro coste, cariche di imballaggi sotto forma di palline gommose o pellet, dai mesi del divieto cinese si affacciano grandi navi difficili perfino da far entrare dentro porti che già sono abitualmente congestionati. Spesso le merci non hanno documenti appropriati che garantiscano non già la provenienza ma la destinazione finale e molti esperti temono un nuovo disastro dalle montagne di plastica da riciclare che nessuno va a prendersi e che non possono essere tenute a tempo indefinito sui natanti nei porti. Non è difficile immaginare che grazie alla corruzione finiranno clandestinamente in qualche discarica.

Dagli anni ’80 la Cina ha ricevuto a costo quasi zero 7 milioni di tonnellate l’anno, gran parte dei rifiuti moderni dell’occidente con in testa l’Europa e poi gli Usa, per usarli nelle sue fabbriche. Li ha trasformati in telefonini, schermi, cannucce per i bicchieri, sacchetti per la spesa. Insomma, tutto l’occorrente per le necessità e comodità della vita odierna prodotto in serie – prima dall’occidente poi dalla Cina – senza pensare a dove sarebbe andato a finire ogni singolo cotton fioc. La pacchia è finita perché la Cina produce ormai da sola talmente tanta spazzatura plastica da soddisfare le sue industrie. Per di più il processo di riutilizzo stava avendo eccessivi costi ambientali, con la conseguenza di un crescente malumore sociale e un’etichetta di Paese da una parte ai vertici del mondo, dall’altra ridotto a esserne l’immondezzaio. Con il divieto all’import Pechino ha messo il resto del mondo di fronte alle proprie responsabilità, ben precedenti alle sue.

Come ha detto un’attivista di Greenpeace, “l’Occidente dovrà ora smetterla di scopare la spazzatura sotto lo zerbino del vicino”, ovvero ognuno dovrà riciclarsi i propri scarti. Il paradosso è che la lezione viene da un ex “demone” per eccellenza degli ambientalisti, un Paese da un miliardo di persone accusato di produrre senza regole immense quantità di materiali solo parzialmente riciclabili. Ma la Cina ha anche coperto finora con gli avanzi dell’ovest metà del fabbisogno interno di carta e un terzo di quello del rame estratto da computer e telefonini. Il riuso della plastica ha impedito tra l’altro di veder finire a mare il doppio delle 8 milioni di tonnellate già galleggianti negli oceani. Per fermare o frenare alla fonte questo continuo afflusso di plastica ora diretto a sud est ma domani magari destinato a tornare indietro, molti governi dovranno prendere decisioni drastiche. Paesi come l’Inghilterra, che in pochi mesi ha raddoppiato le sue rischiose spedizioni negli ingolfati porti del Vietnam, l’America, la Germania e altri paesi europei come il nostro, dovranno finalmente aprire gli occhi sulla necessità di trattare a casa propria gli scarti.

Eppure in Asia c’è perfino chi vede questa come un’opportunità per le economie dei paesi circostanti di usare industrialmente la plastica rifiutata dalla Cina. Ma i porti cinesi sono stati ingranditi per le navi transoceaniche, le strade allargate per i camion che portavano vecchie bottiglie americane, oggetti usa e getta made in China venduti a Manhattan, bicchieri e sacchetti dall’Inghilterra, il tutto destinato alle fabbriche di trasformazione sorte come funghi per alimentare le industrie ormai autosufficienti. Nei nuovi scali forzati di destinazione degli imballaggi di plastica c’è ben poco di tutto questo. Nei paesi limitrofi non esistono abbastanza impianti né competenze per smaltire i continui arrivi, anche se molte aziende cinesi stanno iniziando ad aprire apposite fabbriche nel Sud est per sfruttare un mercato potenziale da miliardi di dollari. Ma la gran parte sono dislocate in Vietnam, dove già altri porti come quello di Saigon sono invasi di navi container per rifornirle. Anche in Malesia la quantità di plastica è triplicata in meno di un anno e le autorità hanno douto bloccare ogni accesso fino a nuovo ordine, previo verifica dei documenti legali. L’ingolfamento e le nuove difficoltà procedurali hanno come conseguenza che molte compagnie sono tentate di sbarazzarsi dell’ingombrante carico costi quel che costi.

“Gran parte della plastica che non trova destinazione sta finendo sottoterra, o nel mare”, ha detto Glenn Kong, direttore dei terminal internazionali di container del Vietnam. Altri per ora tacciono. Quanto passerà prima di un nuovo allarme ambientale nel sudest come quello che ha spinto la Cina a chiudere le frontiere? Secondo le ultime statistiche di HM Revenue & Customs in 4 mesi le esportazioni di rifiuti di plastica verso la Thailandia, grande “consumatrice”, sono aumentate di 50 volte, e di 10 volte verso Taiwan. Eppure nel regno si sa ancora poco di cio’ che sta avvenendo dopo la chiusura dei porti cinesi.

Pochi giorni fa un aumento dei carichi di rottami in arrivo nel relativamente piccolo porto di Laem Chabang ha insospettito le autorità thai che hanno scoperto depositi di 58 tonnellate di plastica illegale, soprattutto scarti di computer anche questi banditi come tutto il resto dal fare ingresso in Cina. Le autorità thai hanno detto di essere rimaste sorprese dal fatto che provenissero da ben 35 paesi diversi. Ma il fenomeno non doveva essergli così nuovo. Per capire quanti interessi ci sono in ballo, la Malesia aveva sospeso a fine maggio tutti i permessi per la plastica riciclabile prima di cedere alle pressioni, in una regione del mondo dove per soldi si affittano a chiunque licenze d’importazione.

Ma basta andare in giro per le città e i villaggi della Thailandia dove pochi giorni fa un balenottero è stato trovato morto con 80 sacchetti in pancia, entrare in uno delle decine di migliaia di convenient store aperti 24 ore o nei piccoli mercati rionali, per scoprire che cosa significhi un’economia basata su oggetti monouso. Le statistiche parlano di ben 2 milioni di involucri consumati ogni singolo giorno. “Dovunque tu vada di tirano plastica addosso” ha detto l’attivista verde Geoff Baker arrestato a Bangkok per essere entrato provocatoriamente in un negozio della grande catena 7/11 imbottito da cima a piedi di sporte usa e getta. L’accusa: disturbo alla quiete pubblica.


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