Taglia Usa sui dirigenti del Pkk. Ma Ankara è delusa: “Arriva tardi”


Dopo i momenti di gelo, Turchia e Stati Uniti si stanno riavvicinando: ne è prova evidente la decisione di Washington di mettere una robusta taglia sulla testa di tre dirigenti del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan. La formazione curda radicale è fuori legge in Turchia e su pressione di Ankara è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche anche da Usa e Unione europea. Il Dipartimento di Stato ha promesso cinque milioni di dollari per chi fornirà informazioni sufficienti a rintracciare Murat Karayilan, comandante militare delle Hpg, le Forze di difesa del popolo, ala armata del partito. Quattro milioni è la taglia per Cemil Bayik e tre milioni per Duran Kalkan, dirigenti del Kck, l’organizzazione politica “ombrello” del Pkk: a comunicarlo è stato Matthew Palmer, vice-assistente del segretario di Stato, in visita ad Ankara.
 
La decisione di Washington è un frutto dell’abilità negoziale di Recep Tayyip Erdogan, che evidentemente voleva riavvicinarsi all’alleato di sempre. Il presidente turco aveva contestato agli Usa lo scarso sostegno in occasione del tentato colpo di Stato, e aveva apertamente accusato Hillary Clinton di proteggere l’arcirivale Fethullah Gülen, l’ex alleato autoesiliato in Usa che Erdogan considera ispiratore del golpe. Durante la vasta repressione seguita al tentativo di putsch, le autorità di Ankara avevano fatto arrestare anche il pastore evangelico americano Andrew Brunson, accusandolo di complicità con i “gülenisti” per rilasciarlo solo nelle scorse settimane, con una condanna equivalente alla carcerazione già scontata.
 
Negli ultimi mesi Ankara ha rivolto le sue attenzioni ai tradizionali rivali degli Usa, a partire dal Cremlino per arrivare persino all’Iran. Erdogan aveva ricucito i rapporti con la Russia, messi in discussione dall’abbattimento di un caccia Sukhoi sui cieli siriani, e aveva “aperto” anche verso Teheran, al punto da invitare la Repubblica islamica come protagonista fondamentale al vertice di Istanbul sulla Siria. Potrebbe essere interpretato allo stesso modo anche l’accanimento con cui le autorità turche insistono sul caso Khashoggi. Apparentemente a irritare Ankara è la violazione inaccettabile del territorio turco, ma non si può escludere che nell’insistenza anti-saudita ci sia un “segnale” a Washington, alleata strettissima di Riad.
 
Il governo turco ha anche espresso sdegno per la formazione delle pattuglie congiunte curdo-statunitensi nel Rojava, che di fatto equivale a un monito americano per fermare l’avanzata delle truppe turche dopo la conquista di Afrin. Le forze di Ankara in terra siriana hanno imposto un rigido coprifuoco alle zone conquistate e sono state accusate di atrocità contro i civili curdi.
 
Ankara vuole andare avanti con l’offensiva e insiste con gli Usa perché consideri i gruppi curdi del Rojava estensioni del Pkk, quindi organizzazioni terroristiche. Washington persevera a distinguere, ma ha voluto mandare un segnale di apertura verso la Turchia, ricordando anche che il Pkk è responsabile della morte di 1200 turchi, fra forze dell’ordine e civili. Ma la presidenza di Ankara ha accolto con freddezza l’annuncio delle taglie, spiegando che “arriva tardi” e che comunque “non cambierà la politica turca al di là del fiume Eufrate”.
 

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Mario Calabresi
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