Tra i manifestanti all’aeroporto di Hong Kong: “Vogliamo farci ascoltare dal mondo”


HONG KONG – Ogni volta che la porta degli arrivi si apre, scatta l’applauso. Il volume si alza se qualcuno scuote il pugno in segno di solidarietà o tira fuori lo smartphone per scattare un selfie. Sembrano non stancarsi mai di cantare i ragazzi in protesta di Hong Kong che da due giorni hanno allargato il loro raggio d’azione all’aeroporto internazionale della città. Un sit-in pacifico destinato a durare almeno fino ad domani, secondo il programma.

Gli slogan sono gli stessi che hanno emozionato durante la gigantesca marcia del 16 giugno, quando oltre un milione di persone ha intasato le strade del centro di Hong Kong per chiedere più libertà e democrazia, al grido di “fight for freedom”. Ma, stavolta, il palcoscenico è diverso. Qui difficilmente la polizia disperderà i capannelli di gente con i gas lacrimogeni, come accaduto nelle scorse ore in altre zone del centro urbano. A guardare ci sono i migliaia di viaggiatori che ogni giorno transitano per uno degli scali più affollati del pianeta. E molti non possono fare a meno di mostrare simpatia per questi giovani che cantano, lottando. “Vogliamo farci ascoltare dal mondo e questo è il luogo perfetto”, dice con schiettezza Fiona, 26 anni. Lavora come traduttrice e ieri ha deciso di esserci perché “Hong Kong è in pericolo”. Come lei, tanti.

Venerdì, data di inizio della manifestazione non autorizzata, si sono ritrovati in centinaia a dare ai turisti un’accoglienza particolare. Hanno soprattutto tra i 20 e i 30 anni, anche se non mancano gli adulti. Tutti indossano una maglietta nera, uno dei simboli della protesta. Alcuni coprono il volto con una mascherina per non farsi riconoscere, ma anche per ribadire la trasversalità di un movimento che vuole rimanere senza leader. Altri hanno deciso di farne a meno e di metterci la faccia come una ragazza di 31 anni che vuole essere chiamata miss Wong: “Non ho paura e, anche se dovesse arrivare l’esercito, non ci fermeremo fino a che tutte le nostre richieste non verranno esaudite. Adesso è il momento di non mollare. Alla comunità internazionale chiediamo comprensione e supporto”.

Chi atterra, così come chi parte, è preso d’assalto: ricoperto di volantini e di opuscoli scritti in tutte le lingue, dove i manifestanti sintetizzano in punti le loro rivendicazioni. Al primo posto c’è il completo ritiro della controversa legge che consentirebbe di processare nella Cina continentale le persone accusate di alcuni crimini, attualmente sospesa. Poi l’implementazione del suffragio universale per le elezioni locali, l’istituzione di una commissione investigativa indipendente per controllare l’operato della polizia, e la cancellazione di tutte le accuse a carico di tutti i manifestanti. Richieste su cui non transigono e sono qui a dimostrarlo. Non mancano modi più creativi per attirare l’attenzione, come delle finte carte d’imbarco firmate dagli Hong Kongers, con destinazione libertà.

È la terza volta che la protesta anti-governativa, ormai in corso da dieci settimane, arriva in aeroporto e fino ad ora non ha dato problemi, assicura un addetto alla sicurezza che però non si sbottona nel commentare quanto sta accadendo. “Cari viaggiatori, benvenuti a Hong Kong, e per favore scusateci per l’accoglienza inaspettata”, si legge in un cartello poggiato a terra. Scusateli, ma senza pretendere che si fermino. Neanche di intonare i loro slogan che continuano ad echeggiare per buona parte dell’aeroporto pure una volta superati i controlli di sicurezza per gli imbarchi: “Fight for Hong Kong, fight for freedom”, è l’ultima cosa che si sente prima di lasciare la città. E i giovani di Hong Kong sembrano davvero inarrestabili. 


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Carlo Verdelli
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